mercoledì, 02 luglio 2008

Bilancio Letterario Di Giugno

Ho comprato un solo libro, un fumetto, in realtà: "Cacciatori nelle tenebre" di Gianrico + Francesco Carofiglio.

Una vera e propria miseria.

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lunedì, 30 giugno 2008
L’idea rivoluzionaria non geniale
 
In opposizione all’idea geniale non rivoluzionaria abbiamo l’idea rivoluzionaria non geniale, rappresentata dal fascismo in Italia. Il primo rudimento di fascismo spunta nel 1914, con l’interventismo dei “Fasci d’azione rivoluzionaria” che miravano alla creazione di uno stato forte che attuasse una politica d’espansione. Dopo la Grande Guerra, nel 1919, si costituirono i “Fasci di combattimento” nei quali confluirono gli elementi più disparati; la nota caratterizzante di questi, secondo lo storico Tasca, è “quel miscuglio contraddittorio di demagogia, di nazionalismo esasperato, di populismo e di reazione che costituì l’ispirazione del fascismo sin dai primissimi anni”. Tuttavia, nello stesso periodo, “Il popolo d’Italia” dichiarava che l’imperialismo era il fondamento della vita d’ogni popolo cioè, praticamente, l’esistenza di ogni popolo che non avesse come primo intento quello di prevaricare gli altri, era infondata. Questa bivalenza di formule si spiegava con la volontà di creare un partito di massa a cui aderisse più gente possibile. Le caratteristiche effettive di questo movimento guidato dall’ex socialista – espulso per il repentino cambio di vedute – Benito Mussolini, erano l’antidemocrazia e l’antisocialismo mentre lo strumento di lotta riconosciuto era la violenza. Nonostante questa forza extraparlamentare lievitasse in consenso e potere, Giolitti, Bonomi e Facta (che si succedettero in parlamento fino al ‘22), ritennero che questa fosse una parentesi temporanea che sarebbe presto stata riassorbita dalla democrazia. Questo lassismo portò acque al mulino dello squadrismo fascista che si diffuse su larga scala col risultato che esercito e forze di polizia si associavano spesso ai raids punitivi delle “squadre”; in più, le dichiarazioni di Mussolini furono più attente a non menzionare il suo giovanile anticlericalismo in modo da ottenere consensi anche nel mondo ecclesiastico per passare alla presa del potere anche per via legale. Per prendere il comando Mussolini deliberò che l’inefficienza dello Stato dovesse risultare evidente di fronte all’avanzata fascista e lo fece in due occasioni: la prima nel luglio del ‘22 facendo fallire uno sciopero generale nazionale indetto dalle Sinistre contro l’attivismo nero – attaccarono il municipio di Milano e la sede centrale dell’Avanti impadronendosi poi delle stazioni e dei treni per governare il traffico ferroviario - ; la seconda occasione fu l’organizzazione della Marcia su Roma (28 ottobre ‘22). L’allora primo ministro Facta decretò lo stato d’assedio e lo sottopose all’approvazione di Vittorio Emanuele III con l’appoggio del generale Badoglio. Il re rifiutò di firmare il decreto e, anzi, offrì allo stesso Mussolini l’incarico di formare il governo. La classe dirigente italiana, con conseguenze ben note a tutti, si arrese allora al fascismo pur di evitare il pericolo, ormai solo ipotetico, di una rivoluzione socialista. Una volta al potere – un potere relativo, per i primi dodici mesi(35 deputati) – il fascismo mostrò per la prima volta la sua faccia di difensore dei ceti abbienti e del grande capitale lasciando cadere il disegno di legge che assegnava le terre ai contadini e riducendo a metà la tassa di successione, ad esempio. Per accontentare anche i cattolici attuò “la più fascista di tutte le riforme”, quella sulla Scuola elaborata dal filosofo Giovanni Gentile: con essa si parificavano le scuole cattoliche secondarie e si introduceva l’insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare. L’inizio del declino in dittatura si ebbe con le elezioni del 24 a cui seguì l’omicidio di Matteotti, leader del Partito Socialista Unitario che tentò di far invalidare le elezioni denunciando truffe e violenze.
 
La questione scientifica di massa
 
La questione scientifica in ambito di idee geniali e rivoluzionarie presenta un limite definito da Einstein durante l’ultimo periodo della sua vita, in America. L’episodio si svolse in un salotto dell’alta borghesia, popolato per lo più da donne, a cui Einstein fu invitato: la padrona di casa chiese ad Einstein di spiegare ai suoi ospiti questa sua teoria della relatività, Einstein rispose così:
 
- “Signora, lei sa fare una torta?”
La donna rispose di sì.
- “E saprebbe spiegarmi come si fa una torta”
La donna assentì di nuovo.
- “Ma se io non sapessi cosa sia la farina, lei sarebbe comunque in grado di spiegarmelo?”
La donna disse no.
 
Questo spiega il rapporto tra masse ed idee scientifiche. Ma entriamo nello specifico: diciamo ad un gruppo di persone occidentali intellettualmente normodotate che dio è morto, poi diciamo loro che il tempo è un’entità posticcia e, infine accendiamo davanti a loro la prima lampadina nella storia. Quel gruppo di persone si renderà conto a senso che quei tre eventi sono legati da una straordinarietà inusitata. Dunque spieghiamo loro le cause di quegli eventi: tutti loro hanno il concetto di dio, quindi comprenderanno che ci sia qualcuno che possa mettere in discussione questo concetto; tutti loro hanno il concetto di tempo ed hanno dei pensieri, possono rendersi conto che i loro pensieri sono caos e che il caos non ha tempo; ma quanti di loro potranno capire empiricamente, per associazione di idee, il funzionamento della lampadina? Per la verità, pochissimi. La lampadina si accende, la lampadina si spegne, è un dato di fatto. Ma come? Hanno il concetto di luce e di buio ma possono arrivare a capire da dove arriva la luce e da dove il buio in presenza della lampadina. Per associazione di idee possono arrivare al fatto che ci sia di mezzo del calore, ma quanti di loro sapranno che quel calore è dato dall’effetto joule che, a sua volta è causato dal passaggio di corrente elettrica? E qui siamo solo all’ABC del funzionamento della lampadina. Iniziando dall’accensione di quest’ultima si può dire che essa si basa sull’isolamento dell’anima di tungsteno che riscaldata, come ho già detto, per effetto joule emette luce bianca. L’elettricità arriva al filamento di tungsteno tramite un circuito costruito secondo le leggi di Ohm:
 
Prima legge di Ohm: in un conduttore metallico l’intensità di corrente è direttamente proporzionale alla tensione applicata ai due poli ed inversamente proporzionale alla resistenza opposta dal conduttore.
 
I= V/R
 
R= V/I
 
Seconda legge di Ohm: la resistenza elettrica di un filo conduttore è direttamente proporzionale alla sua lunghezza ed inversamente proporzionale alla sua sezione.
 
R= p x l/A
 
La resistenza dipende anche dalla temperatura e dal materiale di cui è costituito il filo. L’energia che passa attraverso il filo è invece descritta dalle due leggi di Kirchoff:
 
Prima legge di Kirchoff: la somma delle correnti entranti in un circuito è pari alla somma delle correnti uscenti.
 
Seconda legge di Kirchoff: la somma delle differente di potenziale applicate ai due capi di una maglia è sempre uguale a zero.
 
La seconda legge è espressione della conservatività del campo elettrico. Le due leggi insieme costituiscono quindi un’applicazione ai circuiti elettrici del principio di conservazione dell’energia. Tuttavia tale considerazione non è perfetta: parte dell’energia viene dissipata infatti per effetto Joule (P=Ri^2 dove P è la potenza dissipata).
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domenica, 29 giugno 2008
L’idea geniale non rivoluzionaria
 
La prima eccezione alla regola la troviamo fra il 2 e l’8 dopo cristo nelle “Metamorfosi” di Ovidio, un’opera sui generis scritta in esametri e composta di quindici libri fortemente collegati tra loro; esempio di questo è il fatto che l’autore cominci spesso a raccontare un episodio pochi versi prima della fine di un libro e continui la narrazione dello stesso nel libro successivo. L’elemento che fa delle Metamorfosi un’eccezione alla regola nell’ambito che sto trattando è che l’autore non ebbe un’idea geniale e rivoluzionaria per come l’ho intesa finora: quello che fece fu, definizione coniata da Italo Calvino, raccogliere l’insieme del raccontabile tramandato dalla letteratura con tutta la forza di immagini e di significati che esso convoglia, senza decidere […] tra le chiavi di lettura possibili. C’è del genio, quindi, ma non della rivoluzione. Ovidio riascolta la tradizione che parla attraverso i miti e ci lavora su, senza alterare le trame delle leggende, per spiegare, col suo occhio scientifico ma divertito, l’insieme delle umane cose in termini extraumani. Quello che avviene, sia in ambito stilistico sia in ambito tematico, è un’operazione di riciclaggio: si celebra, nelle Metamorfosi, la continuità e la mobilità delle cose, l’unificazione di tutto ciò che esiste tramite la definizione dell’origine di ogni cosa e delle molteplici cose scaturite da essa. Si parte quindi dall’origine del mondo e dell’uomo, poi la distruzione di esso tramite il diluvio e quindi la nuova generazione di esseri umani a partire da due sopravvissuti al diluvio. Dunque iniziano i racconti che seguono, di base, uno schema cronologico il quale passa in secondo piano dal momento in cui personaggi di un episodio possono fermare l’azione raccontandone un altro; oppure è il narratore stesso che inserisce vicende quasi fossero delle note di storia naturale circa la nascita di questo o quel popolo, la creazione – che creazione non è, poiché tutto si muove e cambia - di questo o quell’animale. E’ il caso di Cicno, che assiste alla metamorfosi delle Elìadi, figlie di Eolo e sorelle di Fetonte, che alla morte del fratello piangono finché le lacrime si fanno ambra e i loro corpi diventano pioppi. Anche lui, Cicno, parente ed amico di Fetonte subisce la metamorfosi e diviene Cigno:  Ovidio descrive brevemente le abitudini di questo animale in relazione con lo shock provocato dalla morte dell’amico prima del cambiamento, il fatto che prediliga gli stagni che sono quanto di più lontano vi sia rispetto al fuoco, ad esempio. Ciò dimostra anche quanto l’opera sia scientifica nelle sue analisi di storia naturale oltre che di storia delle abitudini umane, quanto essa si basi sull’eziologia, sulla ricerca di cause ed effetti all’ineluttabile trasformazione perpetua del mondo. Il tono dell’Ovidio narratore, in tutto ciò, è quello dell’uomo che ama la vita e che coltivando un immenso rispetto per essa racconta episodi drammatici; alimenta la passionalità dei personaggi dando loro l’illusione di padroneggiare la verità assoluta, li segue nel loro iter finché viene emesso il suo giudizio, spesso chiamando in causa anche il lettore ma senza cercare, a differenza degli epicurei, di impartire lezioni.
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domenica, 29 giugno 2008
Controcultura e business
 
L’esempio letteralmente più variopinto di “diverso” è rappresentato da Andy Warhol. Attivo dal 1952, anno in cui vide per la prima volta esposte le sue opere, Andrew Warhola (questo il suo vero nome) basò tutto il suo impero di quadri, dischi, film e operazioni di marketing sulla demistificazione dell’arte. Il primo atto compiuto da Warhol in questo senso è il rifiuto del “pezzo unico”. Questo criterio è adottato da Warhol sin dai suoi primi lavori come grafico pubblicitario di riviste statunitensi tramite le tecniche quali la blotted-line, che consiste nel tracciare un disegno su un foglio di carta non assorbente, spesso ricalcandolo da una fotografia; oppure lo stencil, la riproduzione di immagini tramite delle mascherine che ne delineino i contorni; o i rubber stamps , stampini di gomma, e infine, la serigrafia, ovvero la meccanizzazione dello stencil.  Tutti questi sistemi gli hanno permesso di produrre opere seriali, al limite del dozzinale accorciando esponenzialmente i tempi di produzione. In particolare il procedimento meccanico con cui delle superfici fotosensibili stampano su tela i contorni di una figura – meccanismo di stampa serigrafica -  permetteva una spersonalizzazione dell’opera che poteva essere prodotta, ipoteticamente, da chiunque. Basti pensare che i disegni ottenuti con la blotted-line venivano spesso colorati da amici o collaboratori di Warhol anziché da lui stesso. Per quanto riguarda, appunto, la colorazione, l’uso degli acrilici sta a certificare anche qui la volontà di velocizzare e superficializzare: Warhol prende il mondo alla lettera, trascurando sensibilità, intelligenza, dissenso e dimensione, apparentemente. Tutto ciò rispondeva alle due principali esigenze dell’artista: fare controcultura e fare soldi tramite l’impero di Art Business che andava realizzandosi per opera sua. Unendo questi due concetti si ha la Pop Art: l’arte popolare che nasce dalle abitudini, dagli usi e dai costumi popolari e si traduce in abitudini, usi e costumi popolari. La Pop Art, secondo Warhol, quindi – ed è lui stesso a dirlo – “è un modo di amare le cose” perché la cosa più popolare che egli stesso vedeva in America in quel periodo erano cose, oggetti, beni materiali. I mass-media proiettavano sulle masse dei bisogni indotti che andavano a sostituire quelli primari, così le masse di persone diventavano masse di avidi consumatori. Un esempio sul tema ce lo fornisce lo stesso Warhol in uno dei suoi aforismi:
 
“Quel che c'è di veramente grande in questo paese è che l'America ha dato il via al costume per cui il consumatore più ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Mentre guardi alla televisione la pubblicità della Coca-Cola, sai che anche il Presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola, e anche tu puoi berla!”
 
Ma ancora più chiaramente parlano le sue opere. In ambito “controculturale”, ciò che si propone è fare cose radicali in forma conservatrice: la sua produzione cinematografica fa questo. Non esiste narrazione, non esistono attori professionisti e, anzi, succede non di rado che non esistano attori, come nel caso in cui riprende un edificio newyorkese per ventiquattro ore, o quando riprende un’autopsia cambiando di tanto in tanto il filtro della telecamera ottenendo immagini blu, poi gialle e così via. Tutto ciò per contrapporre la sua idea di industria cinematografica a quella di Hollywood: il cinema non deve creare “evasione” e come ce lo dice? Con una serie di film! Continuando a dichiarare come unico intento quello di rendere l’arte prodotto di commercio e non motivo di svago, Warhol decide di trasformare in arte anche il lavoro dei mass-media. E’ il periodo della fortunata serie “Death and Disaster” in cui Warhol si trasforma in fotoreporter: fotografa incidenti, ne stampa i contorni su tela e li copre con un tappeto monocromatico[“Pink Car Crash”]. Negli scatti segue i canoni dell’audience presi in considerazione dai giornali: la morte fa notizia, specie quella violenta, il cadavere deve essere visibile, ogni stratagemma mediatico deve essere applicato. Poi, in fase di elaborazione, l’immagine viene spesso ripetuta su tela, come nel caso del “White car crash 19 times”: in questo modo toglie il concetto di “pezzo unico” anche alla morte; trasforma la tragedia in commedia, la carcassa dell’auto in scenografia e le vittime in attori. L’operazione funziono, come tutte le proposte di Warhol e confermò un altro dei suoi celebri aforismi:
 
“Un artista è uno che produce cose di cui la gente non ha bisogno ma che lui – per qualche ragione – pensa sia una buona idea dargli.”
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sabato, 28 giugno 2008
L’inettitudine
 
Mentre il caso più notevole di umana genialità nella cultura d’oltre Manica è impersonato dalla cancellazione del tempo ad opera di Virginia Woolf, l’esempio nostrano più appropriato risiede nella teoria sull’inettitudine di Ettore Schmitz, meglio conosciuto come Italo Svevo. Voce fuori dal coro a cavallo tra i due secoli, né italiano né europeo, né decadente né “Vociano”, Svevo attuò un processo di rivolta profonda, di innovazione indirizzata verso la ristrutturazione del romanzo italiano tradizionale secondo i nuovi schemi europei novecenteschi. Mitteleuropeo di domicilio e d’influenze culturali - fondamentale l’incontro e quindi l’amicizia con James Joyce - l’iter speculativo novecentesco riuscì facile a Svevo che sostituì al tempo oggettivo il tempo della coscienza destrutturando la narrazione e pose l’accento sulla caratterizzazione del personaggio sotto un nuovo profilo problematico, incoerente e poliedrico. In realtà si può dire che, in linea con molti altri autori del periodo – non di rado Svevo viene paragonato a Kafka, Proust e Joyce – le sue opere risultano essere costituite dalla proprio dalla caratterizzazione, dalla psicanalisi dei personaggi: gli eventi assumono il ruolo di semplici utensili, attrezzi, accessori narrativi che l’autore usa come specchi per riflettere da tutte le angolazioni possibili le “spigolosità” mentali dei personaggi da lui inventati. Il concetto di “inettitudine”, così come lo si ritrova nell’ultima produzione dell’autore, deriva infatti dalle considerazioni dello stesso circa la definizione di “nevrosi”. In antitesi con le affermazioni di Freud, che indicava con il termine nevrosi l’insieme di malattie mentali di causa psichica, spesso correlate alla repressione della delle pulsioni sessuali anche infantili, Svevo identifica il sintomo nevrotico come segno positivo di non rassegnazione. Il nevrotico è percepito come tale in quanto individuo che di fatto non aderisce ai meccanismi alienati ed alienanti della società che sacrifica la ricerca del piacere in nome di un codice di condotta mortificante. Ancora in contrasto col padre della psicanalisi, viene collocata nel malato la volontà di non rinunciare alle proprie pulsioni vitali, alla forza del desiderio e si indica come su di esso l’eventuale terapia risulti uno strumento normalizzante e, di conseguenza, neutralizzante della sua determinazione ad esistere. Da qui l’adesione dell’autore al modello di inetto, che resiste all’alienazione circostante generata dai meccanismi inautentici della collettività. Dal 1889 al 1918 Svevo dichiara di non voler avere più nulla a che fare con, così disse: “quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura”; in realtà la sua produzione continua in incognito: progetta opere e scrive perlopiù dei saggi. Ed è nel saggio “L’uomo e la teoria darwiniana” del 1907 che troviamo l’elogio dell’abbozzo, essere indefinito pronto ad adattarsi all’ambiente circostante, che ribadisce la disponibilità dell’uomo alla vita, la condizione di apertura a possibilità diverse. La forza dell’inetto risiede nell’assenza in lui di ferma volontà, nel suo piegarsi alle circostanze adattandosi. L’adattamento, che ben si distingue dall’adesione agli schemi, risulta centrale in questo saggio poiché, prendendo in esame le teorie darwiniane, Svevo le utilizza come strumenti per dimostrare la sua teoria. (parafrasando) Chi sviluppa eccessivamente una serie di qualità inferiori necessarie immediatamente nella lotta per la vita subisce un arresto di sviluppo ma rimane superiore in quell’unico ambito coperto dal suo grado di sviluppo. L’animale che si evolve più adeguatamente è invece, ancora una volta l’inetto in cui esiste permanentemente un elemento di lotta intestina tra due parti per quale delle due debba avere accesso all’evoluzione; ago della bilancia saranno le esigenze che lo conieranno e plasmeranno al di là della sua volontà adattandolo e sviluppandolo parzialmente in ogni direzione possibile. L’autore si riconosce in questo e nella “Coscienza di Zeno” (1923), opera successiva al suo silenzio, difende l’inettitudine intendendo difendere la vita poiché il difensore di questa altri non può essere se non il nevrotico, l’inetto, il malato, colui che nella società è il diverso.
 
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mercoledì, 25 giugno 2008
Obliterate Time

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In 1882, the very year god passed away, another marvellous mind was born. The extraordinary woman I’m talking about is Virginia Stephen Woolf who fiercely killed another untouchable entity: time. This assassination is clearly part of the structure of many books she wrote. This is generally perceived even by people who haven’t read any of her works. I can give an example of it by mentioning that her “Mrs Dalloway” is a quite long book in which is described a single day in the life of a woman who’s organizing a party for a friend that will take place that very evening. The longness of the book comes from the way Virginia Woolf kills time. She creates the effect of simultaneity in different experiences, using a non linear narration made by sudden associations of ideas, hollowing tunnels behind each character and leading the common reader through these tunnels by streams of conciousness, flashbacks and cryptic passages. The dynamics of this murder is called “Obliteration of time”. Starting from the point of view of a single character, thanks to the "Obliteration" it's possible to know in details personalities, experiencies, tastes and opinions of every character mentioned in the book. The philosophy behind this structure is that the external reality of life is understandable only starting from the inner one, a reality that doesn’t need to be spelled by seconds: mind has got its own order, and it's not based on time. Then, the very concept of time is useless.

This brand new idea comes from a person who perfectly fits in the description I gave in the introduction about the “idea’s blacksmith” I imagined: Virginia Woolf was brighter and best-learned than any women of her time. She suffered from mental illness, maniac-depressive psychosis and schizophrenia, and was admittedly bisexual. Virginia Woolf was also probably disturbed by some sort of bipolar disorder. She was a feminist and, culturally, she grew up in the Bloomsbury Group: an association of beautiful minds whose work consisted in creating a new life-style apart from establishing new standards in writing and painting. As many bright creators, Virginia died suicidal in 1941. In her suicide's note she explains to her husband the reasons why she is going to do it ...

Dearest, I feel certain I am going mad again. I feel we can't go through another of those terrible times. And I shan't recover this time. I begin to hear voices, and I can't concentrate. So I am doing what seems the best thing to do. You have given me the greatest possible happiness. You have been in every way all that anyone could be. I don't think two people could have been happier till this terrible disease came. I can't fight any longer. I know that I am spoiling your life, that without me you could work. And you will I know. You see I can't even write this properly. I can't read. What I want to say is I owe all the happiness of my life to you. You have been entirely patient with me and incredibly good. I want to say that - everybody knows it. If anybody could have saved me it would have been you. Everything has gone from me but the certainty of your goodness. I can't go on spoiling your life any longer.
I don't think two people could have been happier than we have been.
V.
Virginia Woolf is the most human among all the most brillant writers in English literature. 
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domenica, 22 giugno 2008

Non l'avrei detto per scaramanzia ma sto seriamente meditando di andare a viviere ad Oulu(Finlandia) con un aborigeno. Ora che ho letto quanto segue, la cosa si fa più interessante.

http://mcgurzo.giovani.it/diari/2734682/pizza_berlusconi.html

"«ADDENTA BERLUSCONI» - Citazione, magguarda, non elogiativa riferita al presidente(inchino) Silvio (applausi) Berlusconi(ovazione). Con piglio mirabile la nota rete di pizzerie finlandese "Koti pizza" - che mi curerò di avere come sponsor per una delle mie gesta o nella quale lavorerei gratuitamente - ha proposto non solo quest’opera inedita al 'New York Pizza Show' a marzo, che ha vinto di misura battendo due pizzaioli napoletani, ma proprio sfruttando questo risultato fa leva sull'impopolarità di testa d'asfalto (mi si perdoni il Grillismo), usando toni giustamente sprezzanti e derisori. Oltre a cinque diversi spot radiofonici, la catena Koti Pizza(applausi) promuove infatti la sua ultima creazione con due diversi slogan in poster, locandine e sui giornali: «La nonna che ha 97 anni ha addentato Berlusconi. Fai anche tu come questa vivace vecchia signora» e «Un ministro ha messo in bocca Berlusconi con una forchetta. Fatelo anche voi coscientemente e responsabilmente», concludendo con «Ordinate adesso la Berlusconi di Koti Pizza, scelta come la migliore pizza del mondo». Il motivo di tutto ciò è ben noto ai finlandesi(applausi, ovazione, lancio di biancheria da parte delle signore in prima fila): tre anni fa lo Spsiconano(Grillo again) si era fatto odiare da tutta la nazione scandinava per aver sbeffeggiato con una battuta fatale la loro cultura alimentare creando un incidente diplomatico con diversi strascichi, fra cui alcuni tentativi di boicottaggio alimentare dei prodotto italiani. "

[l'articolo è preso da un blog su cui era stato copincollato(di cui vi passo il link) e riadattato secondo i miei usi e costumi politico-satirici elidendo i "purtroppo" e gli "sfacciatamente" di cui l'autore aveva guarnito l'opera- se controllate la mia versione e la sua vi fate due grasse risate. Il link è utile anche perchè il blogger "linka" a suo volta - in quel modo carino della parola sottolineata o colorata su cui il puntatore diventa manina che io non so fare - i siti da cui ha reperito la descrizione dei fatti di cronaca]

Inoltre, suppongo sia il caso di sottolineare che il cibo Finlandese è ampiamente migliore di quello bavarese, di quello praghese, di quello inglese e di quello olandese. Non ho avuto modo di testare tutte le cucine europee ma nella mia scala in preferenze  noi siamo senza dubbio i migliori, poi viene la Spagna, quindi la Finlandia e debbo citare a Francia, anche se le pietanze commestibili di questa cucina non sono per le tasche di tutti o, comunque, non per le mie.

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martedì, 17 giugno 2008
Dio è morto, noi siamo vivi
 
Friedrich Nietzsche è l’emblema di un buon 90% delle caratteristiche appena enumerate: una mente profondamente sensibile supportata da un pressoché illimitato bagaglio culturale; il contesto storico misto che lo portò sia ad avere contatti con la colta borghesia, sia sul campo di battaglia della guerra franco-prussiana; il rifiuto per molti degli schemi mentali del suo tempo e dell’ambito in cui si proponeva di lavorare e - forse agevolazione, forse ostacolo - il suo collasso mentale nel1888.
Nietzsche indaga sull’abiezione della società in cui vive in relazione con quelle del passato e trova nell’organizzazione sociale descritta nelle tragedie greche il massimo grado dell’armonia mai raggiunta tra mondo dionisiaco e mondo apollineo. Questo equilibrio, figlio della civiltà ellenica, è visto come miracolo metafisico delle profondità istintuali della vita. Un’altra parte della sua ricerca si svolge in ambito storico, col concetto di eterno ritorno degli eventi, fattore che, peraltro, renderebbe possibile una restaurazione in chiave ellenistica della civiltà moderna. Dunque il metodo di studio nietzschiano è di tipo distruttivo, tende quindi ha valutare e trasformare i concetti in seguito alla loro perdita di senso perpetuata nella speculazione filosofica. L’apogeo dei suoi studi non può che manifestarsi, perciò, nella “Trasvalutazione di tutti i valori”, la ricerca di valore nel valore stesso per dare compimento al tema dell’accettazione della vita presente in tutto il suo pensiero. Tema il cui adempimento risulta essere ostacolato dalla morale e dal cristianesimo, forme di coscienza e azione attraverso cui l’uomo è giunto a porsi contro la vita stessa. L’avversione di Nietzsche verso il cristianesimo iniziava nel 1882 quando nella “Gaia scienza”, all’interno di un racconto simbolico si legge il tutt’altro che ambiguo annuncio: “Dio è morto!”. La morte di dio demolisce tutte le incrollabili impalcature metafisiche dell’umano creando una vertigine, un senso di vuoto. Ciò che nel 1888 riempirà questo spazio sarà trattato da Nietzsche nell’”Anticristo”: la maledizione dell’organismo decrepito quale è il cristianesimo in funzione della nascita del popolo anticristiano detto “Iperboreo”. La critica effettuata contrapponendo l’uomo antico all’uomo moderno risulta più accettabile se quest’ultimo viene chiamato cristiano: il cristiano è colui che ripudia la vita, colui che fa propri i valori di decadenza, colui che si dimentica della volontà, della coscienza, della realtà, della sfera privata, del fatto stesso di essere al mondo essendo annichilito e avviluppato nell’idea di al di là. Il cristianesimo – si legge – vuole signoreggiare su animali da preda: il suo mezzo è renderli malati – indebolire è la ricetta quotidiana dell’addomesticamento. Il valore detto della “speranza” è il giogo sotto cui il cristiano sopravvive rassegnandosi all’insoddisfazione personale in virtù di un fumoso nulla postumo, allestito dal prete come la scenografia di uno spettacolo che non verrà mai messo in atto. L’abiezione del cristiano si riassume in una frase che definisce cristiano un certo senso di crudeltà verso sé stessi e gli altri, l’odio contro coloro che pensano diversamente; la volontà di perseguitare. Questa sorta di nevrosi si spiega con la denominazione di “peccaminoso” che il cristianesimo assegna allo stato di benessere dell’uomo: il cristiano non deve essere felice in vita poiché questo neutralizzerebbe la spinta speranzosa alla felicità divina ben edificata dalla figura detta del santo parassita – presente alla nascita, in malattia, al matrimonio e in morte di ogni cristiano – identificato nel sacerdote. Tuttavia, è bene specificare che il cristianesimo demolito in Nietzsche è quel cristianesimo rappresentato dalla Chiesa costruita contro il vangelo: l’analisi Nietzschiana di quest’ultimo scopre un apparato quantomeno ammissibile che sente sotto si sé e dietro di sé tutto ciò che la chiesa consacra come “Lieta novella”. Il cristianesimo diffuso è guasto e dunque va sostituito con quanto di più lontano da esso esista, col suo contrario: l’anticristianesimo. La legge dell’Anticristo è costituita da sette brevi proposizioni il cui riassunto è “Dio è morto, noi siamo vivi: regoliamoci di conseguenza”.
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domenica, 15 giugno 2008
Introduzione
 
Il genere di ricerca che ho effettuato partendo dal concetto di idea geniale e rivoluzionaria si compie attraverso l’analisi di una serie di esempi pratici riguardanti i vari casi in cui tale soggetto può muoversi. Il primo dato che deriva da un’analisi della casistica concerne la verifica delle condizioni necessarie all’esistenza dell’idea geniale e rivoluzionaria, i suoi processi evolutivi e le sue caratteristiche fondamentali.
Il primo ingrediente necessario per la nascita di un’idea di questo tipo è un individuo che possieda una mente sufficientemente fertile da poterla concepire. Si tratta di soggetti dai cerebri altamente sviluppati; talvolta eccellenti in alcuni ambiti ed assolutamente deficitari in altri; in alcuni casi, clinicamente e/o socialmente riconosciuti come malati. Si ha memoria di un accumulo di tali personaggi in epoche di ogni genere: se, infatti, è vero che l’Umanesimo e l’Illuminismo, curandosi in primis della mente dell’uomo, favorirono lo sviluppo di idee nei paesi in cui ebbero diffusione maggiore, è altrettanto indubbio che la mente umana, in stato d’assedio - politico, ideologico, sentimentale o fisico - sembra triplicare in velocità, quantità e qualità la sua produzione. Questo dimostra che l’animo umano in sé è portato al ragionamento profondo: nel caso dell’Illuminismo la società si trasforma seguendo le esigenze dell’impegno intellettuale del singolo; nel caso in cui il singolo si trovi in conflitto con una società ostile, allora non potrà fare a meno di idealizzare una società migliore o, a partire dalla condizione di insoddisfazione, mettere in discussione le certezze servite da tale società e che, quindi, sono causa del suo disagio.
Quello che materialmente accade nelle fortezze del pensiero di cui questi pochi sono provvisti è che, previo un sovraccarico di informazioni, essi dubitino circa l’incastro di cause ed effetti generanti tali nozioni o derivanti dalle stesse. Ciò crea un vuoto di contenuti, una voragine pronta ad essere ricolmata dal nuovo ordine di persuasioni, dal nuovo sistema contemplativo. In differenti circostanze, sempre previo accumulo di rappresentazioni mentali, vi è la sintesi di un certo numero di esse che vanno ad edificare un nuovo soggetto intellettivo, un’applicazione pratica del gruppo di soggetti sintetizzati o l’inizio di un processo di autodemolizione delle convinzioni che culminano nel caso precedentemente descritto.
Il prodotto dell’edificazione o della demolizione di precedenti sistemi è una rivelazione geniale che assume l’appellativo di rivoluzionaria dal momento in cui diviene promotrice di una mutazione dell’ambiente in cui è nata(è il caso delle definizioni filosofiche) o di un cambiamento generale dell’ordine precostituito(è il caso delle strategie politiche o delle invenzioni scientifiche).
In conclusione si può dire che le idee hanno campo d’esistenza illimitato nella storia e limitato nell'anatomia, che esse si sviluppano per analisi critica o per sintesi e che hanno un impatto non trascurabile sia in settori specifici che in ambito generale.
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venerdì, 06 giugno 2008

Feccia

Una delle mie parole preferite da sempre. Un cane lo chiamerei feccia, perfino una figlia. La musicalità del termine mi allontana dall'accezione dello stesso nell'italico idioma. Movimento ... come freccia. Esteticità ... come treccia. Potenza ... come breccia. Se cambi una vocale ti guarda in faccia. Cosa si vuole che si faccia? Togli la I ed è un luogo di culto, mausoleo millenario ...

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E avrei sicuramente continuato. Se non fosse che oggi ho preso dritto in faccia il significato pragmatico della faccenda. Una stoccata tra gli occhi. Un dardo nel punto di non congiunzione delle sopracciglia.

Volete saperlo? L'umanità oggi sapeva di FECCIA. Sbobba suina partorita dal rancido ventre di quell'impazzita maionese a cui accennavo tempo fa. L'incoerenza umana non supportata dall'umano linguaggio. Un uomo ha due mani da tendere. Disarticolate verso diametrici soggetti. Una carezza, l'altra strappa. Ma non importa.

Ci vuole una storia ...

Il pachidermico essere semi-inesplorato parlava da una buona mezz'ora. Masticava l'afa umida dell'abitacolo della punto, con quelle labbra più carnali che carnose. L'autista, con la coda dell'occhio, indovinava il broncio infantile, pieno di sconcerto. Il succo era che bisogna essere trasparenti: le persone che si aspettano da noi qualcosa non vanno abbandonate dal momento che il Qualcosa si fa irraggiungibile e o non cosi attraente. Bisogna avvertire, cazzo. Questioni di rispetto, di attenzione al prossimo. Monumento alla rettitudine dell'uomo di proporzioni elefantiache: quel tocco di rettitudine che cambierebbe un bel pezzo di pazzo, pazzo mondo. Che meraviglia. L'autista si compiace: la leva del cambio trae un sospiro di sollievo sotto la piccola, umida mano che la strapazza ormai da un po'.

La grattugiata si sostituisce ad un fruscio erotico. 

L'autista si stuferà di altri aspetti del granduomo. Lui sparirà. Lei comunicherà il suo mutamento d'opinione. Lui non interverrà per vie virtuali, ma cercherà la mano piccola ed umida nella folla di guardoni. Senza trovarla, per scarsa accuratezza, forse. Poi il piccolo pugno(umido) si stringe sullo sterno per sopprimere un conato. L'elefante spariva per seguire un'elefantessa. L'autista si era già disinteressata, quindi il conato segue vie non endovenose e strappa i nembi e i lembi cerebrali con l'acido sintetizzato dai ricordi. La mezz'ora d'afa masticata. Le parole stuprate dai fatti. L'umano-bestia che si dimentica di una delle facoltà che lo distinguono dalla bestia-bestia. Il linguaggio. Dimentico ... animale.

Il conato è spremuta di feccia umana ... non cosi umana. Periodico. Eterno.

Accogliamo con questa cascata l'eterno ritorno della feccia.

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